Ariel di Sylvia Plath // “Le forme dell’io simbolico” 

Sylvia Plath
Ariel di Sylvia Plath

INTRODUZIONE

Ariel di Sylvia Plath è una raccolta poetica che mostra un io in continua trasformazione. Nello specifico, parliamo di un soggetto che vive momenti difficili, che prova inquietudine e si sente schiacciato, ma che sempre e comunque prova a ricostruirsi. I nodi più significativi di questi cambiamenti emergono, nella scrittura plathiana, in ‘immagini di passaggio’, scene che mostrano un prima e un dopo.

Per esempio, in Lady Lazarus la protagonista ‘torna alla vita’ dopo una morte simbolica: è un passaggio forte, che svela un cambiamento dell’io. Da un’altra prospettiva, in Ariel la corsa sul cavallo fa sentire la protagonista diversa, più libera e più potente. In Tulipani, i fiori riportano emozioni che lei non voleva più sentire, segnando un passaggio dal silenzio alla presenza.

Questi momenti mostrano che l’identità, per Sylvia Plath, non è mai fissa. Corpo, voce e linguaggio diventano modi per capire cosa sta succedendo dentro di sé. Da qui prende avvio il nostro percorso interpretativo, nel quale la ‘trasformazione dell’essere’ emerge come il nucleo centrale della sua poetica.

Ariel di Sylvia Plath // La frattura come principio conoscitivo

Per Sylvia Plath la frattura è un momento in cui qualcosa ‘si rompe’ dentro il soggetto. E, proprio grazie a questa rottura, diventa possibile capire meglio sé stessi.

La frattura attraversa corpo, percezione e linguaggio, e apre una strada verso una consapevolezza più profonda. Lo vediamo nel verso “La ruga s’incide e si cancella” (Ariel). Di fatto la ruga appare e scompare, e questo movimento mostra che la conoscenza nasce da ciò che si vede e subito dopo si perde.

L’instabilità della percezione emerge anche nel verso “Per tutta la mattina la mattina si è andata annerando” (Pecora nella nebbia). Questo verso fa capire come esista una parte interiore che non si può illuminare del tutto.

Da un’altra prospettiva, la diffidenza verso il linguaggio in “Parola di lumaca sul niente di una foglia? Non è la mia. Non ti fidare.” (I corrieri) mostra che tra parola e significato c’è uno spazio vuoto. Eppure l’assenza, la distanza, il vuoto spingono la coscienza a spingersi per cogliere verità impercettibili e nascoste.

La ‘frattura’ riguarda anche il corpo. Nel verso “Colore inonda la macchia, porpora cupo” (Contusione) la ‘ferita’ rivela ciò che la superficie non mostra. È come se il ‘dolore’  aprisse una verità riposta e offuscata.

Un’altra forma di ‘frattura’ appare nella sospensione descritta da “Il cuore si chiude, il mare cala, gli specchi sono schermati” (Contusione). Il tempo sembra fermarsi, e questa pausa diventa necessaria per capire.

In questa prospettiva, la ‘frattura’ è l’unico modo per conoscere il reale attraverso crepe, interruzioni e passaggi. È attraverso tali elementi che il soggetto riesce a vedere ciò che normalmente resta offuscato. 

Ariel di Sylvia Plath // La molteplicità dell’io

Nella poesia di Sylvia Plath l’identità non è un ente unico e stabile. L’identità è un insieme di parti diverse che convivono e spesso si scontrano tra loro.

L’io è come un campo dove agiscono forze differenti. Si tratta di voci che si sovrappongono e immagini che si sbriciolano, impedendo di arrivare a un’immagine definitiva di sé. In questo senso, l’io appare come un organismo che cambia continuamente e la molteplicità è la condizione di partenza dell’esperienza.

Questa pluralità si vede bene nell’immagine dello specchio frantumato: “Un tumulto di specchi, e il mare che frantuma il suo, grigio” (I corrieri), che mostra un’identità fatta di riflessi instabili, mai riducibili a un volto unico e coerente.

In un quadro più ampio, anche la nascita della voce rivela questa molteplicità, perché nel verso “Le vocali chiare salgono come palloncini” (Canto del mattino) le vocali sembrano muoversi da sole, come impulsi autonomi che non si raccolgono in un centro fisso. L’io, così, si disperde in molte direzioni e guarda il mondo attraverso frammenti che non si ricompongono in un’unità definitiva.

L’ ‘alterità interna’, cioè la presenza di qualcosa di ‘altro’ dentro il soggetto, emerge nel verso “Sono abitata da un grido” (Olmo), che mostra un io attraversato da una forza più grande di lui, capace di modificarne la struttura profonda.

La ‘dimensione cosmica’ rende questa pluralità ancora più ampia. “Le comete hanno da attraversare tanto spazio, tanto freddo, oblio” (Le danze notturne) indica un io che si confronta con l’immensità e si espande oltre i limiti del corpo. L’ ‘oblio’ diventa così una apertura verso un ‘Altrove’, dove l’identità si dissolve per partecipare a un movimento più vasto.

Questa ‘pluralità’ può assumere anche una forma giocosa, come nel verso “Simile a un clown, felice soprattutto a testa in giù” (Tu sei), che mostra un’identità capace di rovesciamento e leggerezza.

Qui l’io non è solo frattura o conflitto, ma anche possibilità di cambiare posizione, di guardare il mondo da un’altra prospettiva e di trovare una parvenza di felicità proprio nel capovolgimento.

Ariel di Sylvia Plath // Il doppio come figura dell’alterità

L’immaginazione di Sylvia Plath costruisce ‘paesaggi’ che riflettono l’ ‘instabilità interiore’. Sylvia 

Si avverte sempre una tensione verso ‘un altro’, una presenza che accompagna il soggetto, lo osserva e lo definisce, ma non coincide mai con lui. Questo ‘doppio’ è una forza interna che crea distanza tra ciò che si è e ciò che si percepisce, mostrando che l’identità non è mai completamente unica. Lo vediamo nella scena di spogliazione evocata da “Bianca godiva, mi spoglio – Morte mani, morte stringenze” (Ariel), dove il corpo incontra una presenza mortifera che sembra definire il soggetto proprio attraverso la sua ‘distanza’.

Il ‘doppio’ può anche prendere la forma di un oggetto. Nel verso “Nuova statua. In un museo pieno di correnti, la tua nudità è ombra sulla nostra sicurezza” (Canto del mattino) la statua diventa un’immagine silenziosa che giudica e condiziona chi la guarda.

Da un’altra angolazione, il ‘doppio’ diventa una figura cosmica nella rivale: “Se sorridesse la luna somiglierebbe a te” (La rivale), una presenza luminosa che affascina e allo stesso tempo annienta. Questa ‘destabilizzazione’ cresce nel verso “Tu fai lo stesso effetto: di qualcosa di bello ma che annichilisce” (La rivale), che mostra un ‘doppio’ capace di attrarre e distruggere nello stesso momento.

La dimensione materna introduce un ‘doppio interno’ quando “La mia bambina – marionetta senza più fili che scalcia per sparire” (Lesbo) mostra un’ ‘alterità’ che nasce dal corpo e chiede autonomia.

Il contrasto diventa ancora più forte nella figura della madre come potenza distruttrice. “Non t’ho chiamata. Non ti ho chiamata proprio… Vade retro, anguilloso tentacolo! Non c’è niente fra noi” (Medusa), dove il ‘doppio’ appare come una presenza che soffoca e invade.

In questa prospettiva, il ‘doppio’ non è un semplice riflesso, ma una forza autonoma che accompagna il soggetto, lo mette in tensione e lo divide, diventando parte fondamentale della sua identità.

Ariel di Sylvia Plath // Il viaggio interiore e il trauma

La voce poetica di Sylvia Plath si muove tra fragilità e resistenza. Il ‘viaggio interiore’ procede attraverso momenti che interrompono il percorso e lo rendono irregolare.

Il ‘trauma’ diventa una specie di ‘modo di vedere’ che cambia il corpo, la percezione e il linguaggio. Spesso questo viaggio parte dal buio, come nel verso “Stasi nel buio. Poi l’insostanziale azzurro versarsi di vette e distanze” (Ariel), dove la luce arriva all’improvviso e in modo violento, creando uno shock. Il ‘trauma’ coincide proprio con questo salto improvviso che obbliga il soggetto a muoversi dentro di sé, anche se non lo vuole.

Il ‘trauma’ diventa immagine visiva quando “Dentro il rosso occhio, cratere del mattino” (Ariel) concentra tutto il dolore in un punto che brucia e cattura lo sguardo.

A un livello più interno, il corpo diventa il luogo dove il ‘trauma’ si manifesta. Nel verso “Le mie ossa hanno requie, i campi lontani mi sciolgono il cuore” (Pecora nella nebbia) le ossa trovano un sollievo momentaneo, mentre il cuore che si scioglie mostra una forte vulnerabilità. Anche il colore diventa un ‘linguaggio del trauma’: “I tulipani sono troppo rossi, mi fanno male” (Tulipani) fa vedere come il mondo esterno possa ferire, entrando in contatto con una ferita interna.

Il desiderio di ‘trascendenza’ nasce come tentativo di superare il ‘trauma’. Nel verso “Ah se potessi sanguinare, o dormire!” (Papaveri in luglio) sangue e sonno diventano due modi diversi per ‘sparire’ o per trovare pace.

In questo senso, la morte appare come una ‘soglia’ che trasforma: “La morte si aprì, come un albero nero, neramente” (Piccola fuga) mostra un’apertura che non distrugge, ma porta verso una nuova consapevolezza.

Il ‘viaggio interiore’, quindi, è un attraversamento del dolore e un’immersione nell’ombra. Ed è proprio in questo spazio difficile che il soggetto trova una voce e una possibilità di cambiamento.

Ariel di Sylvia Plath // Interiorità e forma sociale

La scrittura di Sylvia Plath rivela che c’è sempre una tensione tra ciò che una persona sente dentro di sé e ciò che la società le impone.

L’io è attraversato da ruoli, aspettative e pressioni che influenzano il modo in cui si percepisce. La maternità diventa un esempio molto forte di questa tensione. Nel verso “L’amore ti ha messo in moto come un grosso orologio d’oro” (Canto del mattino) il neonato è prezioso, ma allo stesso tempo sembra far partire un meccanismo che impone ritmo e direzione alla madre. Questo ruolo si incrina quando la voce dice “Non sono tua madre più di quanto lo sia la nuvola” (Canto del mattino), rivendicando la distanza da un’identità sociale che non sente davvero sua.

In aggiunta, la figura della figlia mostra un legame difficile: “La mia bambina – marionetta senza più fili che scalcia per sparire” (Lesbo) fa vedere un’ ‘alterità’ che vuole autonomia e sfugge al controllo.

In un contesto più ampio, la società appare come forza oppressiva nel verso “Ogni donna adora un fascista, la scarpa in faccia e il brutale cuore” (Papà), dove il potere maschile è rappresentato come qualcosa che schiaccia e definisce dall’esterno. L’ ‘interiorità’ deve confrontarsi con questa brutalità, mostrando quanto sia vulnerabile davanti a un ordine sociale che impone gerarchie e sottomissione.

Il corpo diventa il luogo in cui questa tensione si sente di più.

Nel verso “I vividi tulipani divorano il mio ossigeno” (Tulipani) la vitalità del mondo esterno diventa invasiva e soffocante, come se entrasse troppo dentro lo spazio interiore. La forma sociale appare così come qualcosa che invade e impone, mentre l’interiorità cerca silenzio, protezione e spazio per respirare.

La poesia di Sylvia Plath mostra quindi un soggetto in bilico tra ciò che prova e ciò che gli viene imposto.

In questa lotta, la ‘fragilità’ diventa anche una forma di resistenza, e il testo diventa un luogo dove l’io può opporsi, ridefinirsi e trovare una voce propria.

Ariel di Sylvia Plath // Solitudine, molteplicità e possibilità

Nella poesia di Sylvia Plath la ‘solitudine’ non è solo isolamento: è un momento in cui l’identità può cambiare, allargarsi, restringersi e moltiplicarsi. La ‘solitudine’ diventa una ‘soglia’, un punto in cui il soggetto può vedere cose nuove proprio grazie al vuoto e all’incertezza.

Questo si avverte nel verso “Le colline sconfinano in bianchezza” (Pecora nella nebbia), dove il paesaggio perde i contorni e diventa bianco. Questa bianchezza è uno ‘spazio aperto’ che permette alla coscienza di muoversi liberamente, senza limiti. La ‘solitudine’ diventa così un luogo che genera possibilità altre.

La ‘solitudine’ si manifesta anche come dialogo tra ‘interno’ ed ‘esterno’. Nel verso “La loro rossezza parla alla mia ferita, gli risponde” (Tulipani) la ferita interna reagisce ai tulipani esterni, mostrando una ‘vulnerabilità’ che diventa punto di passaggio tra ciò che si sente dentro e ciò che arriva da fuori.

In questo senso, la natura partecipa a questa dinamica nel verso “Gelo su una foglia, l’immacolato cratere, parlante e sfrigolante” (I corrieri). Dunque, il gelo non è ‘immobilità’, ma una tensione viva, come se anche le superfici più fredde e silenziose avessero qualcosa da dire. La ‘solitudine’ diventa quindi il tramite attraverso cui si aprono nuove opportunità.

La ‘solitudine’ può anche far espandere l’ ‘identità’.

Nel verso “Credo quasi di essere enorme. Sono stupidamente felice” (Lettera in novembre) il corpo sembra crescere fino a coincidere con il mondo. E questa felicità è una sensazione di ampiezza che mostra come l’io possa diventare molteplice e aperto. La poesia di Sylvia Plath rivela così una ‘solitudine creativa’, capace di trasformare il ‘vuoto’ in uno spazio di ‘metamorfosi’ profonda.

Ariel di Sylvia Plath // Identità come processo

La voce poetica di Sylvia Plath nasce da fratture e scarti. In questo senso l’ ‘identità’ non è mai qualcosa di già definito.

È un ‘movimento continuo’, un processo che cambia attraverso fratture e trasformazioni. L’io non è stabile, ma sempre in evoluzione. Questo si vede nella figura della freccia nel verso “E io sono la freccia, la rugiada che vola suicida” (Ariel). Qui l’ ‘identità’ non è un punto fermo, ma un ‘moto parabolico’. La “rugiada che vola suicida” non indica distruzione, ma cambiamento, mostrando un io definito da ciò che attraversa, non da ciò che possiede.

In seguito, l’ ‘identità’ diventa anche qualcosa che si ‘mostra’ e si ‘fa’ nel mondo.

Nel verso “È il teatrale ritorno in pieno giorno” (Lady Lazarus) l’io non solo sopravvive, ma ritorna alla luce, come se si esponesse di nuovo. La ‘rinascita’ diventa un processo radicale nel verso “Dalla cenere io rinvengo con le mie rosse chiome e mangio uomini come aria di vento” (Lady Lazarus). Qui la cenere non è giacenza, ma un punto di partenza da cui nasce una forza nuova. L’ ‘identità’ è quindi un ‘ciclo’ di combustione e rigenerazione, dove la ‘metamorfosi’ è la regola.

La ricerca di un ‘centro interiore’ emerge nel verso “Io ho un io da ritrovare, una regina” (Pungiglioni), che mostra come l’ ‘identità’ non sia qualcosa di dato, ma qualcosa da conquistare attraversando ferite e molteplicità.

Anche il mondo partecipa a questo processo: “Il mondo è caldo come il sangue e personale” (Totem) suggerisce che la realtà non è distante, ma pulsante e vicina al soggetto, come se fosse parte del suo stesso movimento.

L’ ‘identità’, quindi, non è un punto d’arrivo.

È un percorso che si compie nella freccia che vola, nella cenere che si riaccende e nel mondo che vibra insieme al soggetto. È un processo continuo, fatto di cambiamenti, aperture e trasformazioni.

Ariel di Sylvia Plath // Il linguaggio come forza autonoma

Nei testi di Sylvia Plath il linguaggio si spinge oltre il controllo del soggetto. Sembra un organismo vivo, che agisce da solo, colpisce, resiste e continua a muoversi anche quando il soggetto si ferma.

Questa autonomia si vede nel verso “Asce sotto i cui colpi risuona il legno, e gli echi!” (Parole), dove il linguaggio non si limita a descrivere. È come un’ascia che colpisce e fa risuonare il legno. L’eco mostra che l’azione delle parole continua anche dopo il gesto iniziale.

Con particolare intensità, il linguaggio diventa una struttura organica quando nel verso “La linfa affiora come lacrime” (Parole) sembra sanguinare, come se producesse materia viva.

Dunque le lacrime indicano un flusso che porta alla luce ciò che era nascosto. La poesia diventa così un atto di ascolto. Il soggetto osserva la linfa emergere e riconosce che il linguaggio ha una vitalità propria, capace di trasformare ciò che tocca.

L’ ‘autonomia del linguaggio’ diventa ancora più evidente nel verso “Parole aride e senza cavaliere, battito di zoccoli incessante” (Parole), dove le parole corrono senza guida, come cavalli senza cavaliere.

Il battito degli zoccoli diventa il ritmo della poesia, un movimento che continua anche quando il soggetto tace. Le parole non servono il soggetto: lo trascinano e lo superano, mostrando un linguaggio che colpisce, affiora e corre oltre ogni controllo.

Ariel di Sylvia Plath // Un bilancio critico. 

La poesia di Sylvia Plath mostra un’ ‘identità’ condizionata da un movimento continuo fatto di cambiamenti, fratture e trasformazioni.

Le ‘immagini’ che usa non servono a fissare un io stabile, ma a far vedere come il soggetto si modifichi mentre attraversa esperienze intense. Per queste ragioni, la sua voce poetica cerca una scrittura che rappresenti le metamorfosi e le tensioni.

Le ‘immagini’ della sua poesia fanno capire che la ‘frattura’ diventa un modo per conoscere, la ‘molteplicità’ una ricchezza, il ‘doppio’ una forma di comprensione e il ‘trauma’ un varco che permette di vedere più a fondo.

La ‘solitudine’ diventa uno spazio interno che apre possibilità. L’ ‘identità’ appare come un processo che cambia sempre, e il ‘linguaggio’ come una forza autonoma che agisce da sola. La poesia di Sylvia Plath non offre consolazione, ma consapevolezza nel riconoscere le proprie vulnerabilità.

In definitiva, le dinamiche descritte mostrano che la poesia di Sylvia Plath non genera stabilità, ma movimento.

Nello specifico, si tratta di una poesia che spinge il lettore ad attraversare le proprie fratture e riconoscere la ‘metamorfosi’ come processo salvifico. E proprio questa ‘tensione ad essere’ fa risuonare la sua voce come una presenza viva, capace di cogiere nella ‘vulnerabilità’ una forma di forza e nella ‘metamorfosi’ una forma di radicale trasformazione.

Prof. Ciro Sorrentino
Saggista dei generi letterari e teorico del pensiero ermeneutico

Materiale protetto da Copyright (c) – Tutti i diritti riservati. Vietata la copia anche parziale.

https://sylviaplathariel.altervista.org/lady-lazarus-sylvia-plath/

https://sylviaplath.altervista.org/

https://sylviaplath.altervista.org/mistica-sylvia-plath/

https://plathsylviaariel.altervista.org/

https://eburnea.altervista.org/

https://www.letteratour.it/analisi/A02_plathSylvia_ariel.asp

https://sylviaplathariel.altervista.org/

https://plathsylvia.altervista.org/

 

Pubblicato da sylviaplath

Ciro Sorrentino è docente e ricercatore di filosofia e letteratura. Gestisce cinque spazi digitali dedicati a Sylvia Plath e ha pubblicato articoli sulla rivista online Letteratour, tra cui un saggio su Luigi Pirandello.