Le danze notturne // Sylvia Plath in “La scoperta del doppio e il viaggio di Pierrot” – prof. Ciro Sorrentino

Le danze notturne // Sylvia Plath in “La scoperta del doppio e il viaggio di Pierrot” – prof. Ciro Sorrentino

Un sorriso è caduto nell’erba.
Irrecuperabile!

E come si perderanno le tue
danze notturne. Nella matematica?

Questi salti e spirali così puri –
Di sicuro percorrono

il mondo per sempre, io non resterò del tutto
svuotata di bellezze, il dono

del tuo piccolo respiro, il profumo
d’erba bagnata dei tuoi sonni, gigli, gigli.

La loro carne non ha somiglianza alcuna.
Fredde pieghe dell’io, la calla,

e il giglio tigrato, che si fa bello –
macchie, e un ventaglio di petali ardenti.

Le comete
hanno da attraversare tanto spazio,

tanto freddo, oblio.
Così i tuoi gesti si sfioccano –

caldi e umani, poi la loro luce rosa
che gocciola e si sfalda

dalle nere amnesie del cielo.
Perché mi sono date

queste lampade, questi pianeti
che cadono come benedizioni, come fiocchi

esagonali, bianchi
sui miei occhi, sulle labbra, sui capelli

e toccano e si dissolvono.
Nel nulla.

06.11.1962, Sylvia Plath

(traduzione di Giovanni Giudici)

Le danze notturne // Sylvia Plath in “La scoperta del doppio e il viaggio di Pierrot” – prof. Ciro Sorrentino

In Le danze notturne Sylvia Plath sofferma la sua iniziale riflessione sulla brevità della gioia che presto come un “sorriso” si allontana tra lunghe distese d’ “erba”. Ed è così che quell’istante felice diventa “irrecuperabile”, imprendibile tra miriadi di verbi fili che si levano “spumeggianti” nella loro fragile bellezza. E altrettanto fragile è la speranza di ritrovare quell’attimo vissuto nella piena interezza di un “sorriso” che concilia l’animo attraverso un susseguirsi di danze notturne ed evoluzioni del corpo e della mente. Sono le danze notturne dell’io che s’aprono come fiori nel tetro silenzio della notte, sono sorrisi improvvisi e rapidi, baleni e speranze, illuminazioni ed epifanie che s’accendono senza preavviso, che non dipendono da nessuna causa determinata, né ordinata come può esserlo la scienza esatta della matematica.

Sorrisi e danze notturne che, nella loro aerea e trasparente bellezza, sono paragonabili a “salti e spirali”, a visioni improvvise d’assoluto. Le danze notturne dello spirito, dunque, le danze notturne della coscienza che si desta e si riconosce nel buio, le danze notturne  che niente e nessuno può fermare, perché appartengono all’io profondo, a quel segreto io che parla e dice come l’oracolo, nella forma e nell’anima di Sylvia Plath. Sono le danze notturne  vissute in tutta la loro pienezza, andamenti e percezioni d’immenso, vortici d’armoniosi venti che s’illuminano e svettano altrove, in tutta la loro piena “di bellezze”.

Sylvia Plath sa che queste gioiose evoluzioni e intuizioni sono intensi baleni che aprono la via all’infinito, sono accenni d’eterno, il “dono” misterioso e salvifico compreso nel “piccolo respiro” di un fugace “sorriso”. È un rincorrersi di danze notturne  che lasciano fragranze d’assoluto, bagliori che, come meteore, cadono nell’ “erba”, “erba bagnata” che, per quanto appesantita dal gelo notturno, si apre alle danze notturne  dei “gigli”.​

Sono “gigli” che avvertono quanti si adagiano nei “sonni” che stordiscono, sono “gigli” che si ergono nelle danze notturne, rituali e cerimoniose dell’anima, danze notturne propiziatorie, cesure dell’io lacerato e franto che si raccoglie e si colora, come un “giglio tigrato” pronto a sventolare come “un ventaglio di petali ardenti”. “Petali” che si levano nelle danze notturne, profumi che non hanno “somiglianza alcuna sulla terra”. E infatti sono “comete” che schizzano nelle interminate distanze, perché hanno “da traversare tanto spazio, tanto freddo, oblio”.

È alle “comete” che Sylvia Plath affida le sue danze notturne, i suoi risvegli, “salti e spirali”, desideri e fede, la speranza di oltrepassare ogni forma d’ “oblio” per raggiungere la pienezza e l’assoluto divino. Oltre i “gesti” che “si sfioccano”, al di là della “loro luce rosa che gocciola e si sfalda”, negli orizzonti di un “cielo” decaduto che nega memorie felici, Sylvia Plath si raccoglie nei suoi dubbi che salvano dalla tetraggine di uno spento mondo. Così le sue danze notturne  sono “lampade”, “pianeti” che seguono un’orbita, “benedizioni” armoniose e perfette nella geometria delle loro forme, sono “fiocchi esagonali”, puri, trasparenti, “bianchi”, cristalli sferici attraverso cui Sylvia Plath si proietta in quel “nulla” che, in quanto specchio del sovrasensibile, accoglie e rasserena la sua anima.​

http://www.letteratour.it/analisi/A02_plathSylvia_ariel.asp

Dipartimento di Lettere e Filosofia, prof. Ciro Sorrentino

Materiale protetto da Copyright (c) – Tutti i diritti riservati. Vietata la copia anche parziale.